Crea la casa ospita questa settimana un intervista con l’architetto Ida sidro, che da qualche tempo collabora con la sua competenza nel settore alla crescita del nostro progetto editoriale.

D –

Cara Ida se dovessi presentarti a chi non ti conosce, come ti definiresti in poche parole? 

Ida sidro

R – Mi ritengo una “sognatrice” pragmatica, questo può far pensare ad una contraddizione, ma nella realtà dei fatti non è così. Sono, per natura e formazione, un’ idealista che sogna un mondo perfetto dove il bello è ovunque, dove la natura e l’ambiente non sono violentati ma rispettati e amati ma anche concreta e realista: non si può prescindere infatti dalla realtà che ci circonda.

Bisogna  avere grandi sogni ma anche la capacità di stare con i piedi per terra. Questo vale anche nel mio lavoro. L’architetto deve sempre avere in sé la capacità di sognare, immaginare, far intuire al proprio cliente la possibilità di realizzazione concreta del suo sogno personale ma deve sempre tener presente alcuni limiti e punti fermi della realtà circostante: la burocrazia, il contesto di partenza, le esigenze del committente, il budget da rispettare, la tempistica di realizzazione.

Lavoro sempre tenendo presente il budget che il cliente ha a disposizione, evitando inutili dispersioni e tenendo presente che si può realizzare un ambiente confortevole anche senza spendere cifre astronomiche, i sogni non devono avere per forza prezzi proibitivi.

D – 

Che cosa deve avere una casa per essere ideale?

R – E’ importante che esprima l’anima di chi la abita e non l’anima dell’architetto, altrimenti si andrebbe verso un omologazione dei risultati. Ecco quindi che si deve creare una giusta “alchimia” tra il progettista ed il committente.

Un architetto deve quindi essere anche un bravo ascoltatore, non può andare avanti da solo per la propria strada ignorando le esigenze del cliente. Ho imparato, col tempo e con l’esperienza, che ciò che all’inizio mi sembrava una violenza al mio progetto originario, diventava poi un punto di forza e di unicità.

Ecco quindi che il rapporto umano diventa imprescindibile e fondamentale. La ristrutturazione di una abitazione, in tutte le sue fasi, dalla progettazione alla realizzazione, è un processo molto lungo, si passa molto tempo a stretto contatto con le persone, le si conosce nel profondo e si crea sempre un rapporto speciale, quasi empatico, perché si entra nella loro vita pubblica ma anche e soprattutto in quella privata e, alla fine di ogni lavoro, la soddisfazione non è solo e soltanto nel risultato finale ma nel rapporto di amicizia e fiducia che si è creato.

E’ ovvio poi che, una volta avviato un processo costruttivo di interpretazione delle necessità della committenza, si devono formulare delle risposte efficaci e funzionali, senza rinunciare a quel valore aggiunto che è la qualità architettonica. Abbiamo bisogno di essere circondati da cose funzionali ma anche belle.

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Come si manifesta questa tensione al bello nel lavoro di un architetto?  

R – Innanzi tutto la progettazione degli interni non è più considerata “un’arte minore”, si è molto evoluta la cultura dell’abitare non solo nella scelta dei materiali e degli arredi ma anche e soprattutto nella progettazione e nella distribuzione. Un tempo la distribuzione classica di un appartamento era costituita da un corridoio centrale, con le stanze posizionate su entrambi i lati e il bagno in fondo.

Oggi è cambiato tutto. Si dà molta più importanza alla privacy, al benessere personale: ecco quindi che ogni camera, o quasi, ha il suo bagno privato; gli armadi sono diventati cabine armadio, vere e proprie stanze dove tutto è a vista, dove ci si dedica alla propria immagine. Si sono quindi ampliati gli spazi concessi alla vita privata a discapito di quelli di rappresentanza.

Il bagno non è più inteso come un posto in cui ci si lava e basta, ma è ora una sala da bagno, un luogo dove ci si prende cura di sé e del proprio corpo, si passa il tempo libero: le docce e le vasche da bagno sono diventate enormi, spesso sono dotate di sauna o di idromassaggio, invadono gli spazi dedicati prima esclusivamente alle camere da letto, che non sono più tali ma diventano vere e proprie suite, ricalcando e imitando il comfort dei grandi alberghi. Conseguentemente la cura di questi ambienti è diventata più marcata e scenografica.

Allo stesso modo la cucina è diviene un luogo non più solo tecnico ma di convivialità, dove certo si cucina ma nel frattempo ci  si intrattiene anche; ecco quindi che, abbattendo i diaframmi opachi si apre verso il salotto e la zona pranzo, creando una vera e propria commistione tra gli spazi.

Così anche nei salotti si ha un vivere più informale e quindi i divani diventano più ampi, più comodi, più “rilassati” nella forma e nei materiali; si ha più attenzione agli hobby e alle passioni di chi abita, con l’uso sapiente e mirato della tecnologia che deve essere  hi-tech e allo stesso tempo user-friendly.

L’omogeneità dei vari spazi è ottenuta grazie alla continuità semantica dei materiali e dei colori. . Il tutto sempre segnato da un’attenta regia illuminotecnica, che, a seconda dei casi: evidenzia i percorsi, crea atmosfera, emozione o è a servizio della funzione.

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D –

Il ricorso all’utilizzo della luce, altro elemento essenziale per una casa, in che modo gestire l’illuminazione aiuta nella realizzazione di un ambiente in cui è piacevole sostare, vivere e lavorare?

R – L’illuminazione è un aspetto centrale della progettazione;  in prima istanza contribuisce alla qualità della vita, rappresentando un importante ingrediente per il nostro benessere psicofisico, essa influisce infatti notevolmente sull’umore, la sua composizione cromatica ha effetti immediati sull’elaborazione cerebrale delle emozioni. In seconda istanza è scenografia, con la sua capacità di emozionare e arredare.

E’ però spesso trascurata o male interpretata, un po’ per carenza di conoscenze tecniche specifiche, un po’ per mancanza di comprensione da parte degli utenti. Spesso purtroppo la scelta dell’illuminazione si riduce ad una scelta poco illuminotecnica e molto estetica, ci si sofferma molto di più sul “fare arredo” del corpo illuminante e sempre meno sul “fare luce”.

Una buona illuminazione è quella in grado di fornire il giusto comfort al fruitore di quell’ambiente. Uno spazio male illuminato è altamente inospitale quanto un ambiente mal riscaldato o umido.

Ecco quindi che bisogna saper calibrare bene l’intensità dell’illuminazione, la temperatura di colore e di distribuzione in base utilizzo e alle funzioni che si svolgono in quell’ambiente.

Pensare prima a cosa si vuole ottenere, alle sensazioni che si vogliono provocare, e solo dopo fermarsi all’estetica e al design.

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D – 

Un ultima domanda: Che cosa ti diverte di più del tuo lavoro ?

R – Il fatto che non sia mai uguale a se stesso, mai ripetibile, sempre diverso. I problemi da risolvere, di volta in volta, specie nella fase di “attuazione pratica”, di cantiere quindi, sono sempre nuovi e apparentemente difficili.

Poi però le soluzioni ci sono e nascono spesso dalla condivisione ed è bello e soddisfacente essere riusciti a risolverli tutti insieme. Lo considero come un “lavoro sartoriale”, cucito sul cliente, sulla quella specifica e particolare dimora, sul tempo che si sta vivendo. Non è per me un lavoro industriale, meccanico, in serie.

E il piacere maggiore è nella condivisione di volta in volta con gli abili artigiani di cui la mia città, Napoli, per fortuna è ancora piena.

Ho imparato e imparo sempre tanto da chi fa dell’artigianalità e dell’unicità del suo lavoro un punto di forza, pur nella conoscenza e nell’utilizzo delle più spinte e attuali tecnologie.

Bisogna sempre tenersi aggiornati e informati perché il mondo dell’abitare è in continua e costante evoluzione, ma anche mantenere un legame forte con la tradizione.

Crea la casa : “Grazie Ida”

Arch. Ida Sidro Grazie a Voi, alla prossima